Chiamati in causa

14 Novembre 2017

All’indomani della mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali di Russia 2018, nemmeno parzialmente evaporate le immagini mentali del doppio confronto con la Svezia, sono state spese più parole che per una questione di stato. E forse proprio perché il calcio “è”, o meglio è diventato, una questione di stato, riteniamo positivo e costruttivo che anche le componenti più piccole di questo “stato” possano dire la loro. Specie quando i più piccoli hanno probabilmente più cognizione di causa di tanti presunti “grandi” che presumono o pretendono di avere la verità in tasca.
In questo caso, in questo frangente all’indomani delle Lacrime di San Siro, i più piccoli siamo noi. Siamo la Monregale.
Cos’avremo di diverso da dire dalle carrettate di parole spese in queste ore che hanno seguito il triplice fischio di Italia-Svezia? Quanto abbiamo da aggiungere ai processi, alle pontificazioni, dei centinaia e centinaia di soloni calciofili che alimentano il dibattito televisivo, giornalistico, internettiano, così fervido in queste ore? Di quale grande verità possiamo essere portatori noi, umili appassionati che “facciamo calcio” a livello dilettantistico su un territorio di periferia?
Probabilmente nulla di eclatante. Ci ha colpito, tuttavia, nella serie di infallibili ricette proposte a caldo da commentatori, opinionisti, esperti, il ricorso alle seguenti locuzioni. “Bisogna ripartire dai Settori giovanili”; “Bisogna far crescere i nostri allenatori per far crescere i nostri ragazzi”; “Non dobbiamo avere l’assillo del risultato”.
Prese così, calate nel contesto, le locuzioni sembrano giganteschi luoghi comuni buttati lì per riempirsi la bocca di paroloni ad effetto. Non lo sono più dal momento in cui – invece di rimanere slogan sulla carta o bla-bla consegnati al vento – vengono messi in pratica.
Cosa fa la Monregale da quando è nata? Punta sui giovani. Investe sui ragazzi. Ma per davvero. Tant’è vero che diversi Duemila (2000: l’anno in cui a farci piangere ci pensò Trezeguet, ma in finale agli Europei) hanno debuttato in Prima squadra in un Campionato dove la corrente tira abitualmente dall’altra parte, e dove in campo abbiamo visto anche dei cinquantenni. I Duemila formano gran parte di una Juniores che è in testa al suo campionato provinciale con un pieno di vittorie. La Monregale ha trecento ragazzi e bambini, dai cinque anni in su, che si avvicinano a questo sport con il “piacere di giocare”; accompagnati da tanti allenatori ed istruttori che hanno sposato il progetto della società, e che lavorano con loro per farli crescere. La Monregale si è affidata a personaggi locali, di indiscussa competenza calcistica, uomini che arrivano dal campo, che sanno, conoscono. Perché solo chi ha vissuto il campo sa interpretare, capire, e alla fine trasmettere. Certo, ci sono problematiche, inquietudini, difficoltà… Non tutti i nostri istruttori hanno una esplicita “qualifica”, alcuni stanno lavorando per ottenerla, altri hanno espresso la volontà di farlo, quando la Federazione darà loro l’opportunità con corsi mirati.
Già, la Federazione. Altro soggetto che in queste ore è sulla bocca di tutti. Altro papabile capro espiatorio per la Caporetto azzurra. Anche la Monregale, nel suo piccolo, risponde alla FIGC, nella sua componente della Lega nazionale dilettanti. Non lo nascondiamo, non sempre il rapporto è idilliaco: alcune regole dettate dalla Federazione ci appaiono a volte non condivisibili, difficili o dispendiose da mettere in pratica; l’organizzazione può lasciare talvolta a desiderare. In un’ottica di rinnovato dialogo – derivato dai segnali positivi giunti dalla nuova compagine regionale FIGC-LND – la Monregale cerca comunque di seguire i dettami della componente federale a cui appartiene. Condivisibili o no.
“Giocare secondo le regole”, tutti, a partire dai dilettanti, dai Settori giovanili in su, con trasparenza e coerenza: ecco un ingrediente di una possibile ricetta per far ripartire il giocattolone del mondo del calcio, dal basso in su. Credendo immediatamente nei giovani: avendo il coraggio di buttarli nella mischia, per provare a costruire mattonella su mattonella, correndo anche il rischio di non avere soddisfazioni immediate. Insomma, senza per forza guardare al “risultato” ad ogni costo: è una filosofia che cerchiamo di spiegare ai più piccoli, e alle loro famiglie. Perdere non piace nessuno, lo sappiamo, e non vogliamo dire che dobbiamo rassegnarci a farlo, per (ri)costruire e crescere. Significa che un po’ tutti dobbiamo imparare a metabolizzare la sconfitta come parte della vita, in un percorso di crescita che ci rende uomini.
Affidiamo il governo del calcio a uomini di calcio. Crediamo seriamente nei giovani. Facciamo crescere chi vuole svolgere il ruolo di educatore/allenatore, diamogli gli strumenti per poterlo fare. Rispettiamo le regole e insegniamo a rispettarle.
La nostra ricetta, la nostra umile ricetta di squadra dilettantistica di periferia, è questa. Tra mille difficoltà cerchiamo di metterla in pratica. Sarà la strada giusta?


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