Camp: il ritorno del… dottor Damiano

18 Giugno 2021

Lo avevamo incontrato nel Camp Monregale dello scorso anno, e lo abbiamo rivisto con piacere alla guida tecnica di questa edizione 2021. Chiacchierare con Damiano Della Putta, genovese, classe 1988, è sempre un piacere: la sua esperienza in molteplici realtà – che si traduce in un’organizzatissima e precisa raccolta di files e directory sul suo PC, che ha aggiornato e su cui ha lavorato intensamente nei momenti di pausa del nostro Camp – si traduce in racconti piacevoli e riflessioni da ascoltare e condividere. Allenatore del Settore giovanile in Liguria, direttore tecnico di Camp ed iniziative Coerver, studente (ed appassionato) di psicologia, mister degli Insuperabili – una squadra ligure di calciatori diversamente abili –, fortemente orientato alla missione di crescere ragazzi su un campo di calcio ascoltando e dialogando con loro. Riassumiamo la sua attività in quest’intervista raccolta nell’ultimo giorno della prima settimana di Camp.

Damiano, com’è andato quest’ultimo anno, dal punto di vista calcistico?

In quest’ultima stagione mi sono stati affidati i Giovanissimi 2006 della Goliardica, nel Genovese. Dopo le prime partite amichevoli, abbiamo giocato ad ottobre la prima partita di campionato, pareggiata con rigore sbagliato all’ultimissimo minuto. Purtroppo è stata la prima… e l’ultima.

E l’avventura con gli Insuperabili?

Anche questa è andata avanti. Siamo riusciti a disputare un’amichevole contro il Genoa. Un derby, che abbiamo vinto 8-7. E poi basta, il nostro anno è finito lì. Proprio nel weekend torneremo in campo per un triangolare.

Il nuovo lockdown vi ha condizionato molto?

In Liguria siamo stati fermi una sola settimana, dopo la prima di campionato, l’ultimo weekend di ottobre. Gli allenamenti individuali sono proseguiti. Ovviamente però, niente partite.

Ci torniamo dopo, collegandolo ad un altro aspetto interessante della tua vita di cui ora ci parlerai. Seguendoti sui social abbiamo visto che in marzo sei giunto ad un traguardo importante…

Sì, la laurea in Psicologia. Ma anche qui il calcio è stato al centro di tutto. Tant’è vero che a mia tesi ha come titolo “L’influenza del clima motivazionale generato dagli altri significativi sui giovani calciatori”.

Congratulazioni, dottore. Chi sono gli “altri significativi”?

Sono le figure adulte di riferimento: genitori, allenatori, insegnanti. Quando nasci hai un certo tipo di orientamento motivazionale, giochi per il gusto di giocare. A seconda delle figure di riferimento adulte, questo tipo di motivazione viene poi orientato essenzialmente in due modi: o al “compito”, dove ti è consentito imparare dai tuoi errori, e l’importante è se “ti sei divertito”. Altri significativi invece orientano più il clima sulla competizione o sull’agonismo (“Hai vinto?”).

Può succedere che l’orientamento sia diverso all’interno di una società, oppure all’interno della famiglia stessa. Nel ragazzo si crea confusione?

Il nostro compito è quello di educare anche i genitori. La nostra cultura sportiva italiana è attualmente più improntata alla competizione. Nella mia tesi ho citato il motto della Juve, “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” (lo dice, significativamente, proprio nella scomparsa della leggenda bianconera Giampiero Boniperti, ndr). Se la squadra più titolata in Italia fa passare questo concetto, è normale chi vive il calcio sia più improntato alla vittoria. Un altro grande come Julio Velasco invece sostiene che la prima vittoria che devi conquistare è quella contro te stesso. Non giochi contro gli altri, giochi “con” gli altri. Un avversario più forte ti consente di migliorare. Purtroppo la società italiana non insegna a migliorarsi, ma ti “costringe” a vincere.

Ma secondo te, meglio “vincere” o “migliorarsi”?

Ovviamente perdere non piace a nessuno. Ma se si è orientati al compito più che al voler prevalere si riscontrano risvolti positivi in termini di motivazione allo sport, di gestione dello stress e dell’ansia, anche di maggiore immaginazione. Si è più liberi.

Migliorarsi” passa anche attraverso “sbagliare”?

È proprio l’errore che ti consente di migliorare. Ed è come viene gestito l’errore che fa la differenza: tanti allenatori non lo accettano perché porta alla sconfitta. È in questo modo che l’allenatore crea un certo ambiente e influenza il clima motivazionale dei ragazzi e il loro orientamento. Il clima che si crea è fondamentale: se metti ansia e pressione, il ragazzo avrà una peggiore gestione dello stress, minore motivazione, fino al rischio di drop out e quindi di abbandono.

Il tema dell’abbandono ci riporta al momento delicato che abbiamo vissuto e che lascerà ancora strascichi per chissà quanto tempo. Qui a Monregale siamo partiti ad agosto, abbiamo iniziato i campionati, poi chiusi da novembre a gennaio, apri-e-chiudi tra febbraio e aprile, riapertura a marzo. Un tira e molla che ha messo alla prova la passione di tutti. Da voi in Liguria è stato diverso. Come lo avete vissuto?

Nei miei Giovanissimi, due ragazzi hanno mollato. Due sono andato personalmente a convincerli a casa. Una cosa è mancata moltissimo anche a noi: lo spogliatoio. Arrivavi al tuo orario prestabilito, entravi in campo, ti allenavi e andavi via. Molto meccanico. Non c’è stato modo di creare il gruppo, lo spirito di squadra.

L’isolamento che hanno sofferto i ragazzi è pericoloso?

L’isolamento sociale sfocia nella sua forma più grave nella sindrome di hikikomori (che richiama quegli adolescenti chiusi nella loro camera, che vivono esclusivamente lì nutrendosi di videogiochi e social) o in quella da prisonizzazione. Sono forme estreme che ti isolano e ti escludono dalla realtà. La nostra identità sociale si crea anche in base al confronto con gli altri. In lockdown, tanti evadevano dalla realtà, acquisendo una abitudine malsana tale per cui la loro routine era… non avere una routine. Tutti noi abbiamo bisogno di un programma di massima: per i ragazzi, c’è una piramide delle attività stilata dalla Società di pediatria, alla base c’è l’attività a scuola, lo sport, le uscite; al vertice, un’ora al massimo seduti davanti ad uno schermo. Bene, questa piramide è stata stravolta completamente. Andando a creare brutte abitudini, incidendo sull’umore, e sulla salute. E ragazzi sempre più sedentari.

Tranquillizziamo chi ci legge: è un processo che si inverte?

Certo, è un processo reversibile: l’entusiasmo dei ragazzi di questo Camp ne è la prova. Le famiglie che hanno superato più brillantemente la crisi sono quelle che durante il giorno assegnavano una sorta di programma ai ragazzi: ore di studio, lettura, gioco, per creare delle abitudini che hanno facilitato la ripartenza dei regolari bioritmi. Con la ripresa, è giusto che i ragazzi si sfoghino un po’. Abbiamo tutti bisogno di essere impegnati.

Torniamo agli Insuperabili. I nostri ragazzi hanno ricominciato le partitelle in modo molto timido. Riprendere a giocare con/contro per i disabili relazionali è più difficile?

Con il mio gruppo, composto da disabili principalmente ad alta funzionalità, siamo riusciti a fare ottimi allenamenti dal punto di vista della tattica individuale e collettiva. Abbiamo delle check list da compilare per valutare aspetti tecnici, tattici e socio-educativi: abbiamo ottenuto ottimi punteggi. Dalla riapertura, però, ho notato che avevano disimparato praticamente tutto. Hanno bisogno di più tempo per re-interiorizzare i concetti, hanno ancora difficoltà. Vedrò domani come sono in partita.

Hanno patito anche loro gli allenamenti individuali?

Sotto l’aspetto socio-relazionale gli Insuperabili sono stati fantastici. Li porto spesso come esempio anche ai miei ragazzi della Goliardica.

Perché?

Ho un ragazzo di Novi Ligure. Disabile, con una emiparesi al lato destro del corpo. Per venire ad allenarsi prende il treno, poi l’autobus, e viene al campo. Quando il Piemonte era in zona rossa, ha avuto un mese in cui non si poteva allenare. Ci sentivamo, al telefono, ne pativa tantissimo. Siamo riusciti a trovare un escamotage in modo che potesse venire, ma non poteva fare la doccia. Veniva al campo anche se non si poteva allenare, per poter stare col gruppo. Quando gli abbiamo detto che poteva fare allenamento individuale ed usare spogliatoio e doccia, mi ha chiamato alle 11 di sera. Piangeva dalla gioia. Il giorno dopo ai miei ragazzi della Goliardica ho parlato di lui, un grande esempio di vita.

Un esempio che in molti dovrebbero seguire. Alla luce di queste tue molteplici esperienze, quali sono i tuoi progetti futuri?

Nella stagione 21-22 allenerò i 2009 del Ligorna, società che domenica potrà essere promossa in D; e continuerò con il mio gruppo Insuperabili. Nel frattempo, farò il tirocinio in un centro a Genova per bambini ADHD e con DSA. Da novembre sarò a Milano in un master in Psicologia dello sport, per cui ho vinto una borsa di studio, ricevendo la comunicazione proprio qui a Mondovì,… che mi ha portato fortuna.

Ma il tuo obiettivo qual è?

Voglio diventare psicologo dello sport, riuscire ad aprirmi uno studio, collaborare con le società, magari professionistiche. Ma mi spiacerebbe lasciare il campo da allenatore. Un percorso che non intendo abbandonare.

In bocca al lupo e grazie di tutto, mister (dottor) Damiano!


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